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Approfondimenti scolastici: Il mulino Fenotti

Per conoscere le esperienze didattiche realizzate sul mulino Fenotti, consultare il sito del Comune

IL PARTIGIANO NEL MULINO - Classe II°D Scuola Secondaria di Primo Grado "Galileo Galilei" Nave - A.S. 2013/2014

ALLA SCOPERTA DEL MULINO FENOTTI - Classe II°E Scuola Secondaria di Primo Grado "Galileo Galilei" Nave - A.S. 2013/2014

PANNELLO MULINO FENOTTI - Classe III°F Scuola Secondaria di Primo Grado "Galileo Galilei" Nave - A.S. 2013/2014

COLLIO - I mulini del Bavorgo

Nell'Ottocento esistevano a Collio quattro mulini a due ruote idrauliche, tre situati lungo il corso del torrente Bavorgo e del canale che ne deriva (le cosiddette Canai), e uno a San Colombanosul torrente Gambidolo. Tre di quei mulini erano di proprietà del Comune e la loro gestione veniva periodicamente affidata in appalto con pubblica asta. Comunali erano il mulino situato sul tratto superiore del Bavorgo nella frazione di Tizio,il mulino detto la Fabbrica che si trovava nella piazza principale del paese, e il mulino di San Colombano

Più tardi, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, solo del mulino della piazza si trova ancora traccia nelle carte dell'archivio comunale, gli altri forse venduti per risollevare le sorti economiche del Comune. A conferma di questo, altre fontiattestano che nella prima metà del secolo scorso quattro dei cinque mulini ancora attivi a Collioerano ormai di proprietà privata: il mulino di Tizio, appartenente alla famiglia Fracassi, all'incrocio tra le attuali via Tizio e via Bagozzi; un mulino di proprietà Bruni situato poco più a valle rispetto al primo, sulla via Bagozzi; due mulini di proprietà Zanardelli posti sulle Canai, uno nelle vicinanze della Pensione S.Giuseppe delle suore, l'altro nell'attuale via Castiglioni. Alcuni di questi edifici esistono ancora oggi, adibiti ormai ad altri usi, di altri restano soltanto poche vestigia.
La documentazione conservata nell'archivio storico comunale fornisce numerose informazioni riguardo alle vicende dei mulini comunali, a partire dalla fine del XVIII secolofino alla metà del secolo scorso. Vi sono ben documentati i lavori di costruzione e manutenzione degli edifici, le aste per l'affittanza della loro gestione, le vertenze sorte, non di rado, con gli affittuari.


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La Via dei Mulini

 
La Via dei mulini è un itinerario archivistico attraverso la Valle Trompia e le valli laterali, lungo il fiume Mella e dei torrenti che vi confluiscono, per avvicinarsi ai luoghi e alle vicende legati ai mulini che un tempo si affacciavano su quei corsi d'acqua. E' un percorso tracciato da alcuni documenti conservati negli archivi storici comunali, avvalorato però anche da altre testimonianze, orali e materiali, del passato; un viaggio insieme fisico e virtuale, compiuto attraverso la memoria delle carte, dei luoghi e delle persone, che vuole essere avvio e stimolo alla ricerca.
Agli inizi del sec. XIX si contavano in Valle Trompia circa 40 mulini, che assieme alle numerose fucine e ai forni costituivano gli oltre 120 opifici animati dalla forza dell'acqua. Edifici in alcuni casi ancora visibili, a volte completamente scomparsi, che in ogni caso hanno lasciato nelle carte d'archivio le tracce della loro presenza sul territorio, della loro attività, del ruolo che hanno svolto per la popolazione della valle. Il percorso si snoda in diverse tappe, corrispondenti a luoghi dove un tempo erano attivi alcuni di quei mulini, adibiti alla macinazione dei cereali o ad usi artigianali. I soggetti produttori delle carte sono i comuni che annoveravano quei mulini tra i loro beni, e della cui gestione e manutenzione erano i responsabili.

La Via dei mulini è stata ideata e realizzata all'interno del progetto "Nuvole di carta-una mappa di comunità per viaggiare tra i documenti storici"promosso dal Sistema dei beni culturali e ambientali (Sibca) della Comunità Montana di Valle Trompia in collaborazione con il Dipartimento di Studio del territorio e Ecomuseo di Valle Trompia e sostenuto dalla Regione Lombardiaper la valorizzazione degli archivi storici locali. 
 
 

LUMEZZANE - I mulini della Val Gobbia

All'inizio dell'Ottocento Lumezzane sembra aver già intrapreso il cammino che lo avrebbe portato a diventare uno dei centri industriali più attivi sul territorio nazionale. A quell'epoca nella valle di Lumezzane, solcata dal torrente Gobbia, si contavano ben 47 ruote idrauliche, parte utilizzate per le officine, parte per mulini, fucine e folli da panni.
I mulini erano 6 e contavano complessivamente 10 ruote azionate dalle acque del Gobbia. Una di queste è ancora oggi visibile nella frazione di Premiano, una grande ruota in ferro collocata fra due muri in pietra diroccati sul greto del torrente. E' la ruota che animava una vecchia officina per la lavorazione dell'ottone di proprietà delle famiglie Frascio e Ghidini, similmente a quanto avveniva in molte altre officine abbandonate alcuni decenni fa, quando la corrente elettrica ha soppiantato l'uso della forza idraulica.
Per tracciare una storia dei mulini presenti sul territorio di Lumezzane si deve far riferimento distintamente alle due comunità di Pieve e S. Apollonio, amministrazioni separate dal XVI secolo fino al 1927. I due comuni erano proprietari di alcuni mulini per la macinazione di cereali, la cui gestione veniva periodicamente affidata in appalto a privati, le cui testimonianze si possono rintracciare in diversi documenti dell'archivio comunale.
Alla Pieve è documentata, a partire dai primi anni dell'Ottocento, la presenza di tre mulini comunali; il mulino di sopra (o di cima) e il mulino di mezzo, entrambi situati nella frazione di Piatucco come risulta anche da due pregevoli disegni tecnici eseguiti nel 1822 dall'ingegnere Andrea Caminada; ve n'era poi un terzo detto mulino del Re, già diroccato nel 1830. Per S. Apollonio le prime informazioni sui mulini risalgono invece già all'ultimo decennio del Settecento, quando tra il comune e il mugnaio Giacinto Prandelli si accende una vertenza per l'imposizione di una tassa sui mulini. Per entrambi i comuni sono ben documentate le attività relative all'affittanza e vendita dei mulini comunali, al loro servizio, ai diversi lavori di manutenzione e restauro.
 
In via di aggiornamento

LUMEZZANE - I mulini della Val Gobbia

All'inizio dell'Ottocento Lumezzane sembra aver già intrapreso il cammino che lo avrebbe portato a diventare uno dei centri industriali più attivi sul territorio nazionale. A quell'epoca nella valle di Lumezzane, solcata dal torrente Gobbia, si contavano ben 47 ruote idrauliche, parte utilizzate per le officine, parte per mulini, fucine e folli da panni.
I mulini erano 6 e contavano complessivamente 10 ruote azionate dalle acque del Gobbia. Una di queste è ancora oggi visibile nella frazione di Premiano, una grande ruota in ferro collocata fra due muri in pietra diroccati sul greto del torrente. E' la ruota che animava una vecchia officina per la lavorazione dell'ottone di proprietà delle famiglie Frascio e Ghidini, similmente a quanto avveniva in molte altre officine abbandonate alcuni decenni fa, quando la corrente elettrica ha soppiantato l'uso della forza idraulica.
Per tracciare una storia dei mulini presenti sul territorio di Lumezzane si deve far riferimento distintamente alle due comunità di Pieve e S. Apollonio, amministrazioni separate dal XVI secolo fino al 1927. I due comuni erano proprietari di alcuni mulini per la macinazione di cereali, la cui gestione veniva periodicamente affidata in appalto a privati, le cui testimonianze si possono rintracciare in diversi documentidell'archivio comunale.

Alla Pieve è documentata, a partire dai primi anni dell'Ottocento, la presenza di tre mulini comunali; il mulino di sopra (o di cima)e il mulino di mezzo, entrambi situati nella frazione di Piatucco come risulta anche da due pregevoli disegni tecnici eseguiti nel 1822 dall'ingegnere Andrea Caminada; ve n'era poi un terzo detto mulino del Re, già diroccato nel 1830. Per S. Apollonio le prime informazioni sui mulini risalgono invece già all'ultimo decennio del Settecento, quando tra il comune e il mugnaio Giacinto Prandelli si accende una vertenza per l'imposizione di una tassa sui mulini. Per entrambi i comuni sono ben documentate le attività relative all'affittanza e vendita dei mulini comunali, al loro servizio, ai diversi lavori di manutenzione e restauro.

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MARCHENO Il mulino di Marcheno

A Marchenoesisteva un mulino ormai scomparso, le cui vicende paiono dimostrative delle trasformazione che hanno caratterizzato il processo di industrializzazione della Valle Trompia, e dei problemi ad esso connessi.

Il mulino sorgeva anticamente sull'argine del fiume poco fuori dal centro abitato del paese. Si trattava di un mulino idraulico utilizzato per la macinazione dei cereali alimentato dalle acque del fiume Mella. Di proprietà comunale fino al 1820, il mulino viene poi venduto a privati per far fronte ad alcuni debiti contratti dal Comune, con l'obbligo però all'acquirente, nella fattispecie il sacerdote Antonio Morandi, di mantenerlo attivo "a comodo della popolazione" e il divieto, "per qualsivoglia contingibile accidente, titolo o causa", di cambiarne la destinazione o lasciarlo inattivo; clausola, questa, che confermava l'antica servitù d'uso cui era soggetto il mulino a favore della popolazione di Marcheno, che vi faceva ricorso per la macinazione dei cereali destinati all'alimentazione familiare.
Nel 1886, però, gli eredi Morandi cedono l'edificio alla società umbra Alti forni e acciaierie Terniche intende impiantare nel comune un "grandioso stabilimento siderurgico" utilizzando proprio il mulino per la produzione di forza motrice. Il cambio di destinazione, che nel corso degli anni assumerà i contorni di un vero e proprio abuso nei confronti della popolazione, innescherà una lunga vertenza che si concluderà soltanto nel 1919, quando la società Terni fornirà al Comune i mezzi necessari per l'impianto di un moderno mulino elettrico.Il nuovo mulino sorgerà in località Borghen e resterà in attività fino al 1948.
L'archivio comunale documenta in maniera molto dettagliata la storia del vecchio mulino, a partire dal 1818, quando era ancora proprietà del comune e la sua gestione veniva affittato all'asta al miglior offerente, fino all'accesa vertenza sorta con il passaggio in proprietà alla società Terni e all'attivazione del nuovo mulino elettrico comunale, un interessante intreccio di storia economica e di storia sociale della valle.
 
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NAVE - Il mulino Fenotti

A Nave  è attestata, partire dal XVI secolo, l’esistenza di due mulini da grano, detti “mulini della carità”, la cui attività andava a beneficio dei poveri e ammalati del comune. I due mulini erano identificati come mulino di sopra e mulino di sotto, indicando così la loro posizione geografica rispetto al corso delle acque del torrente Garza. Nei catasti napoleonici è poi citato un mulino di mezzo, situato nella località conosciuta come Bologna, casa con mulino da grano a tre ruote di proprietà dei fratelli Bartolomeo e Lorenzo Rossi.
Proprio in contrada Bologna,sulle rive del canale Minera, è rimasto in funzione fino al 1994 il mulino Fenotti (dal nome dell’ultimo proprietario), edificio di antiche origini adibito alla macinazione dei cereali. Rimasto quasi inalterato nella struttura e nel funzionamento fino ai primi decenni del secolo scorso, subisce poi successivi interventi di ammodernamento, tra cui la sostituzione delle vecchie macine in pietra con moderni macchinari in ghisa azionati da una turbina idraulica che consentono al mulino di mantenere elevati standard produttivi fino agli anni Sessanta del Novecento. Poi il declino, dovuto alla concorrenza dei grandi mulini industriali, fino alla definitiva chiusura il primo gennaio 1994.
La struttura del mulino e i suoi macchinari sono rimasti inalterati nel tempo, e si possono ancora visitare tanto la parte più antica quanto quella di più recente costruzione.
Nell’archivio storico del Comune di Nave è conservata documentazione riguardante i mulini presenti sul territorio a partire dal XVI secolo.
Nella sezione novecentescacompare anche documentazione attestante l’attività del mulino Fenotti.


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PEZZAZE - Il mulino di Mondaro

Nel secolo XIX esistevano a Pezzaze  tre mulini a due ruote, adagiati a diverse altezze sul corso del torrente Morina, affluente di destra del fiume Mella. Il primo mulino si trovava nella frazione di Mondaro,il secondo, detto mulino di mezzo, era situato un po' più a valle, il terzo, infine, nella frazione di Lavone. Tutti inizialmente di proprietà comunale, il mulino di mezzo e il mulino di Lavone vengono poi venduti a privati nella prima metà del XIX secolo, rimanendo in proprietà al comune il solo mulino di Mondaro.
Il tecnico comunale Domenico Brentana ne fornisce un'accurata descrizione in una relazione tecnica dell'anno 1909. Si tratta di un mulino idraulico azionato dalle acque di una roggia derivata dal torrente Morina. L'edificio si compone di un ampio stanzone al piano terreno col pavimento di grosse pietre cui si accede mediante porta con stipiti ed arco a tutto sesto, con quattro finestrelle con inferriate rivolte verso i quattro punti cardinali; nel locale sono poste una pietra molare ed una piccola pila da orzo, mosse da una ruota idraulica esterna; sotto al locale, in un angolo si trova un piccolo porcile. Al piano superiore, al quale si accede con una scaletta di legno si trovano una piccola cucina, due camerette e un soppalco aperto sul locale terreno. Tanto il mulino quanto il canale che lo alimenta versano ormai in pessime condizioni, tanto che in un'intera giornata di lavoro non arriva a macinare due sacchi di grano. Da qui la decisione presa all'unanimità dal Consiglio comunale con deliberazione 18 novembre 1909 di vendere il mulino dietro corresponsione di un canone perpetuo e coll'obbligo che il mulino sia sempre adibito alla macinazione del granoturco per il pubblico. La popolazione insorge in massa contro questa decisione costringendo il comune a tornare sui propri passi (1).
Il mulino viene infine ceduto a privati nel 1926 .
Dell'edificio oggi non resta traccia.
Notizie riguardo al mulino di Mondarosi trovano nell'archivio storico comunale a partire dal 1858.

 

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