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NAVE - La Pieve della Madonna Annunciata o di S. Maria della Mitria

Il complesso della Mitria sorge sulla sponda destra del Garza, all’imbocco della Valle delle Cartiere. Due sono le ipotesi circa il toponimo della località, tramandato per tradizione popolare: l’una, la più accreditata, lo fa risalire (alludendo al tipico copricapo del vescovo) a una insegna ottocentesca di una locale osteria o comunque a un probabile possedimento vescovile; l’altra al culto solare di origine persiana del dio Mitra, molto diffuso tra i legionari romani, e quindi in territorio bresciano, durante l’epoca imperiale. Quest’ultima è un’ipotesi suggestiva, che trova possibile riscontro nei numerosi ritrovamenti databili I secolo d.C., tra i quali una stele con una figura virile, forse Ercole celtico o lo stesso dio Mitra.
Gli scavi archeologici, condotti a partire dal 1990, hanno permesso di ipotizzare come l’attuale chiesa, sopraelevata e ampliata tra la seconda metà del XV secolo e l’inizio del XVI, sia stata costruita su precedenti edifici cultuali. Sono stati infatti rinvenuti nel cortile della casa canonica i resti di un’area sacra romana, sulle cui rovine venne eretta una prima cappella paleocristiana, di cui restano alcuni frammenti di decorazione pittorica negli affreschi bizantini dell’Ultima Cena e delle Storie di S. Orsola, tra la seconda e la terza campata a destra dell’ingresso.

Facciata della Pieve della Mitria

L’edificio altomedievale era composto da un’aula che occupava l’ultima campata verso l’attuale presbiterio e l’estremo vano dell’ossario, terminando con due absidi concentriche. Tra i secoli X e XIII tale struttura sarebbe stata inglobata all’interno di una nuova costruzione estesa fino all’odierna facciata principale
L’annessa casa canonica, costruita in epoca posteriore rispetto alla chiesa, fu probabilmente adibita anche a xenodochio, ossia un ospizio per i viandanti che vi giungevano percorrendo l’antico percorso: partendo dal colle Cidneo, attraverso la porticula sancti Eusebio la strada conduceva a S. Vito dove si divideva in direzione del monastero di S. Pietro in monte Orsino di Serle verso S. Eusebio, quindi verso la valle del Garza e la valle Sabbia.La facciata principale, dalla preziosa cornice in cotto con laterizi posti a dente di sega e archetti, presenta un elegante portale barocco in pietra di Botticino con frontone curvilineo spezzato.Durante il restauro del 1950 venne riaperto il rosone cinquecentesco, tamponato con una finestra rettangolare nel 1696, come pure rinvenuto uno straordinario ciclo di affreschi. In quell’occasione fu purtroppo demolita la cappelletta esterna dedicata a S. Rocco, posta contro la facciata principale: visibile in alcune fotografie di inizio secolo, testimoniava la devozione al santo protettore degli appestati, quando anche l’antica canonica veniva probabilmente utilizzata come lazzaretto e i morti sepolti nell’ossario.
Gli affreschi, per lo più votivi, vennero eseguiti sia da pittori ordinari che da grandi maestri di scuola lombarda: gli storici non sono totalmente concordi nell’attribuzione, ma i nomi ricorrenti sono quelli di Gerolamo Romanino, Altobello Meloni o Melone, Paolo da Cailina il Giovane e Vincenzo Civerchio.
Il santuario è stato nel corso dei secoli luogo di grande devozione; oggi vi si celebra regolarmente la S. Messa, settimanalmente e durante le festività dedicate alla Vergine.


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