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BOVEZZO - Santuario di Sant'Onofrio

Oggi chi raggiunge la chiesa trova un edificio abbastanza omogeneo le cui pertinenze sono cresciute nei secoli sino a ricoprire tre dei quattro lati del tempio fondendosi in modo uniforme alla facciata (1): le falde continue disegnano il profilo a capanna di tutto il fabbricato e solo due tozzi obelischi indicano i limiti effettivi del fronte chiesastico alleggerito anche dal finestrone centrale, in asse con il portale, e da una seconda finestrella a servizio dei pellegrini che potevano così vedere l’altare anche quando il tempio era chiuso. Lo spazio sacro è composto da una semplice navata rettangolare, al centro della quale una capriata lignea sostiene le travature del tetto a vista; oltre l’arco santo si apre un presbiterio quadrangolare frutto di rifacimenti ascrivibili all’inizio del secolo XIX poiché nella visita pastorale del 1818 questa parte dell’edificio viene detta “nuova”.

Ciò che sicuramente colpisce è il ricco ciclo pittorico che ricopre la quasi totalità della navata con una serie di scene, narranti la vita dell’anacoreta, inquadrate entro una calibrata architettura composta da pilastrini quadrangolari con capitelli corinzi, reggenti architravi con fregi dorati e lunghi filatteri, oggi privi delle originali diciture; il tutto è coronato da un consunto fregio a racemi monocromi su fondo policromo. Esauritosi ormai l’entusiasmo della scoperta, che attribuì nel XX secolo tutto il cinquecentesco ciclo al pittore Girolamo da Romano, il celebre Romanino, è oggi possibile riconoscervi più mani, riconducibili comunque alla scuola bresciana. La parete meridionale ha goduto di minore interesse da parte della critica. Ivi troviamo un gruppo di affreschi che parlano della prima parte della vita di S. Onofrio e vanno letti dall’arco santo alla controfacciata, prima la fascia superiore e poi quella inferiore. Vicino all’arco santo troviamo in alto la vocazione di Onofrio che lascia la vita di città (2).

Seguono tre scene, opera di un maestro del Cinquecento, che ritraggono Onofrio che incontra un giovane monaco (3), evocazione dell’iniziale vita monastica del santo, Onofrio che lascia il monaco recandosi nel bosco (4), quindi l’abbandono della vita monastica e poi l’incontro di Onofrio con un eremita (5). Spostandoci nel registro inferiore, troviamo Onofrio che seppellisce nella terra l’eremita ispiratore (6), scena pesantemente danneggiata dall’apertura di una porta; seguono l’Angelo che rifocilla Onofrio (7), opera mediocre a causa di un intervento successivo del tardo settecento, l’Angelo che comunica Onofrio (8), opera sempre settecentesca, ma di maggior qualità ed un riquadro completamente abraso.

La parete settentrionale ha sei scene della vita del santo legate all’incontro dello stesso con il monaco egiziano Pafnuzio di cui ne racconterà poi la vita; si leggano la prima e la seconda scena del primo registro per proseguire nelle tre del registro inferiore chiudendo con l’ultima in quello superiore. Si inizia con l’incontro fra Pafnuzio ed Onofrio (9), assegnabile a un maestro del Cinquecento avanzato, al quale segue un riquadro che ritrae i due personaggi in viaggio verso il rifugio dell’eremita (10), opera assegnabile allo stesso maestro che ha lavorato sulla parete di fronte. Nel registro inferio- re troviamo invece Onofrio e Pafnuzio comunicati dall’Angelo  (11), la Morte di S. Onofrio  (12) e Pafnuzio assistito dagli Angeli che veglia la salma di Onofrio  (13). Si tratta di tre riquadri omogenei di buona fattura, che la critica ha attribuito alla mano di Altobello Melone. Da notare come, nell’ultima scena, il futuro cronista della vita di Onofrio non volga lo sguardo verso la salma ma scruti il cielo, riparandosi il volto con la mano; la postura del personaggio consente alla scena di dialogare con il sovrastante riquadro in cui due angeli ascendono verso il Padre Eterno reggendo un bambino simbolo dell’animula  pura dell’eremita defunto.

Quest’ultima opera è l’unica che ancora oggi è attribuita al famoso Romanino. A completare l’apparato pittorico vi è una fascia di tre affreschi molto eterogenei (14): il centrale, squisita opera di scuola foppesca, porta la data del 1510 e ritrae la Vergine in trono con il Divino Infante affiancata dai santi Onofrio e Giobbe; sopra sta una alquanto deteriorata Immacolata , certo opera molto recente rispetto al resto del ciclo pittorico e sotto, logoro e semi illeggibile, un ex voto settecentesco di cui sopravvive il capriccio nello sfondo con un edificio rurale che sembra ispirato nella facciata all’eremo pur avendo uno sviluppo ben più articolato.

Un altro interessante affresco si trova in controfacciata (15): si tratta di un’immagine di S. Onofrio di discreta fattura, specialmente nel volto, datata al 1524. Il presbiterio, ampliato sul finire del Settecento come detto sopra, consta di un semplice spazio quadrangolare voltato a vela e caratterizzato da quattro lesene a libro negli spigoli; la parete di fondo è chiusa da elementi concavi che dilatano l’ambiente in un accenno di abside completando la prospettiva della chiesa. Oltre il semplice altare in muratura si staglia un’ancona lignea di inizio Ottocento, sebbene di gusto più arcaico, contenente le statue della Vergine e dei santi Firmo e Onofrio; sono opere di discreta fattura nonostante le pesanti ridipinture novecentesche. La statua di Onofrio, in particolare, ha dettagli nel modellato anatomico e nell’aureola che fanno sospettare un’origine più antica.

Accanto all’altare sono fissate due porte lignee ottocentesche dipinte a finto marmo; curiosamente esse presentano nella parte sommitale una serie di spuntoni per sorreggere dei ceri ricordando così le porte delle macchine dei Tridui, ampiamente diffuse ed usate dalla tradizione bresciana a partire dal Settecento.

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Tags: Chiese, Bovezzo

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