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BOVEGNO - Gli strumenti musicali in corteccia

Il fascicolo "Strumenti musicali in corteccia. Documentazioni raccolte nel bergamasco e nel bresciano" di Valter Biella (con la partecipazione del ricercatore gardonese Franco Ghigini) e pubblicato nel 1989 dalla Coop. ARCA di Gardone V.T, affronta il suggestivo tema degli strumenti "poveri", realizzati con bastoncini di varie essenze o cortecce ritorte e si articola sui seguenti temi: i flauti, i corni e le trombe, le ance.

Una seziona specifica del libro riguarda parte della ricerca condotta a Bovegno, dove l'impiego di strumenti in corteccia era talvolta accompagnato dall'utilizzo percussivo di secchi di legno per il normale uso domestico. La fotografia di copertina è stata scattata a Bovegno e documenta quanto appena riferito.

 

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BOVEGNO - Il taglio del bosco con mezzi meccanizzati

Diversamente da quanto accade che nella bassa e media Valle Trompia, in alta valle permangono tuttora alcune attività produttive legate al trattamento forestale e al taglio del bosco, in particolare per lo sfruttamento di legname da opera. Queste pratiche sono incentivate dalla coltivazione di specie arboree tipiche delle fasce fitoclimatiche più elevate, come l'abete rosso, oggetto di vere e proprie campagne di piantumazione.

L'estensione delle aree di taglio e le dimensioni del materiale legnoso trattato richiedono mezzi di grande capacità meccanica, che è talvolta possibile incontrare all'opera durante escursioni in montagna.

 

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BRIONE - La raccolta dello strame

Oltre che per tagliare legna e fare carbone, nei boschi si andava a fà la foia, cioè a raccogliere lo strame, il pathos o pattume (il fogliame costitutivo della copertura morta, importante fattore di conservazione della fertilità del suolo e quindi del bosco), un lavoro svolto anche dai ragazzi, che lo trasportavano nelle gerle. Nelle aree montane, per secoli, lo strame ha costituito l'unica risorsa per formare le lettiere delle bestie da stalla, da cui poi veniva ricavato il letame per la concimazione dei maggenghi degli orti e dei campi, oltre che per i pagliericci degli stessi contadini per le ore di riposo serale passate in veglia nelle stalle durante l'inverno.
La raccolta dello strame veniva e viene effettuata per lo più nella stagione autunnale nei boschi attigui la cascina e la malga, con l'effetto di ridurne progressivamente, anno dopo anno, la fertilità: venne infatti proibita dal 1923 in quanto depauperante per il terreno, ma continuò comunque ad essere praticata fino alla prima metà del secolo scorso. La raccolta del fogliame avveniva in generale nel bosco, ma anche nei castagneti e in tal caso veniva associata alla pulizia di queste stesse aree, così importanti nella vita contadina per la produzione del noto frutto, che un tempo costituiva un elemento base dell'alimentazione umana.

 

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BRIONE - Legna e carbone

"Le stagioni di Visala. Vita di una comunità triumplina dell'Ottocento", di Mauro Abati e Ameria Peli. Grafo, 2010.

COLLIO - Squadra di taglialegna

Nella squadra di taglialegna originari di Collio, immortalati in questa foto del 1930 circa, si notano alcuni attrezzi del mestiere.

GARDONE V.T. - La località Paule, una testimonianza di vita secolare in montagna

La località Paule si trova nel Comune di Gardone Val Trompia lungo il filo del dosso che da Ponte Zanano sale verso la località Domaro.
L'area, molto soleggiata, era tenuta a maggengo e frutteto. Sono ancora oggi presenti ampi prati in cui si riconoscono ciglionamenti, con alberi da frutta (ciliegi e pruni) sparsi e castagni di grandi dimensioni.
Tutta l'area, così come quasi tutta la costa del Monte Domaro che forma il lato sinistro della Valle di Seradello è di proprietà Moretti, importante famiglia di armaioli gardonesi che nel XIX secolo diede anche un sindaco al paese, che soprattutto nel corso dell'’800 acquisì i beni di proprietà ecclesiastica confiscati dalla napoleonica Repubblica Cisalpina alla fine del ‘700.

Nella località sono presenti due cascine che distinguono la località Paule in bassa e alta. La superiore è del tutto ristrutturata - ma mantiene l'originaria funzione di stalla - e irriconoscibile nelle sua struttura originaria; l'inferiore è abbastanza ben conservata e testimonia elementi decorativi e architettonici di una certa ricercatezza, quali un ampio porticato con quattro grandi arcate a tutto sesto (tipico dell'architettura della montagna bresciana), una grande meridiana e decorazioni in malta graffita alle finestre, in una delle quali è incisa la data 1703, anno di probabile costruzione dell'edificio.
La tradizione vuole che esso fosse casa di vacanza dei frati francescani del quattrocentesco convento di Santa Maria degli Angeli di Gardone Val Trompia ma è altrettanto possibile che fosse più in generale di pertinenza del convento come suo distaccamento a valenza economico-produttiva per ciò che riguardava la coltivazione di cereali, frutta e castagne, il pascolo e l'approvvigionamento di fieno e, infine, l'aucupio (un ampio roccolo circolare oggi utilizzato come appostamento fisso è ancora presente nella località). Un bel sentiero collega direttamente il convento con Paule, peraltro congiungendosi con l'importante valico di Santa Maria del Giogo, frequentato già nel ‘300.
La presenza in loco di una piccola chiesa intitolata a San Martino – oggi malamente ristrutturata – fa pensare che lo sfruttamento agro-silvo-pastorale della zona fosse ancora precedente al ‘700. Infatti la presenza di dedicazioni al santo riconduce alla famiglia dei nobili Avogadro (grandi proprietari nella media Valtrompia a cui si deve la donazione del terreno dove venne eretto lo stesso convento di Santa Maria degli Angeli, nonché feudatari prima di Polaveno e poi di Lumezzane fino al a 1797), che per tradizione gli erano molto legati e, più indietro ancora, alla presenza di proprietà del convento bresciano di Santa Giulia, già diffuse in loco in epoca medievale.

Questa storia secolare è solo parzialmente leggibile nel territorio. Al di là della casa settecentesca e degli ampi prati rimangono secolari castagni che ad oggi rivestono un'importanza prevalentemente paesaggistica, essendo venuto meno il consumo ed il commercio dei loro frutti.

 

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GARDONE V.T. - Squadrette di taglio del bosco

Il taglio del bosco si esprime nel paesaggio con segni molto evidenti, che si modificano nel tempo a seconda dello stadio di crescita delle nuove piante.

GARDONE V.T., MARCHENO e TAVERNOLE - Cascine rustiche sulla linea Caregno - Pontogna

Una caratteristica espressione dell'architettura rurale tradizionale.
 
Lungo il noto itinerario escursionistico Caregno-Pontogna che, nel suo insieme, interessa i comuni di Gardone Val Trompia, Marcheno e Tavernole sul Mella, si incontrano alcuni particolari esempi di cascine rustiche ancora ben conservate, dotate di un porticato anteriore, utile probabilmente a consentire lo svolgimento di alcuni lavori anche in caso di intemperie o durante la stagione fredda. Ciò distingue tali cascine dal modello più tradizionale della cascina tipica della montagna valtrumplina, che, peraltro, si può comunque vedere anche lungo il medesimo itinerario.

LODRINO - La pineta: testimonianze di impiego forestale nella conservazione idrogeologica

Soprastante l'abitato di Lodrino si sviluppa la catena del Monte Inferni, della Corna di Caspai e del Monte Palo. Si tratta di monti dolomitici caratterizzati da dirupi franosi, talvolta incombenti sull'abitato dalla cui instabilità l'uomo ha dovuto difendersi nel tempo anche compensando il prelievo legnoso dei boschi spontanei che fornivano di per sé una certa tutela al degrado del versante.
L'esempio più macroscopico è costituito dalla Cavada, ovvero dal punto più critico di tutta la bancata rocciosa, ben visibile anche da lontano, che peraltro costituisce un diretto punto di valico per Marmentino.
A partire dagli anni '30 e '40 del '900, nell'area posta tra l'abitato e le rocce, ormai priva di alberi per un eccessivo prelievo da parte dell'uomo, per opera della Milizia Forestale fu realizzata una pineta di pino austriaco (in seguito arricchita con altre conifere), avente lo scopo di ripristinare una copertura arborea in funzione di tutela idrogeologica, oltre che di contenere la disoccupazione.
 

LODRINO - La radura “Piazza dei morti”: testimonianza di emarginazione nel bosco degli appestati durante l'epidemia del 1630

La costa del Feifo è il versante del monte che collega la Valle del Lembrio alla Cucca di Lodrino, sottostante la cima Punta di Reai. Si tratta del lato rivolto a nord di Lodrino, ricco di prati e cascine oggi ristrutturate nella parte di minore acclivio e di minor quota, e boschi di faggio, frassino, carpino, nocciolo, nella parte più orientale, più elevata e ripida; è inoltre contrapposto al versante interessato dalla presenza dei principali nuclei abitati, posti sul lato della valle rivolto a sud e quindi in posizione più soleggiata.

LODRINO, PEZZAZE e COLLIO - L’arte dell’accatastamento della legna

La legna da ardere costituisce un elemento di primaria importanza nella vita in montagna e perciò la collocazione e l’organizzazione della relativa catasta risponde ad esigenze sia pratiche che di decoro dei luoghi abitati.
La legna da ardere, infatti, affinché funga in maniera adeguata da combustibile, deve essere trattata in modo adeguato fin dalla fase di essiccazione, che segue immediatamente il taglio.
Le cataste devono perciò essere organizzate in maniera funzionale a consentire la necessaria ventilazione e, al tempo stesso, un adeguato contenimento volumetrico, soprattutto se collocate in prossimità del luogo di abitazione. La perfetta cura di tali costruzioni le rende talvolta degne di ammirazione anche sul piano estetico.

Nelle immagini si osservano:
1) catasta nei pressi di Memmo (Collio)
2) catasta nei pressi di Lodrino
3) Catasta in Val Cavallina (Pezzaze)
4) Catasta a Etto(Pezzaze)

 

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MARCHENO - Espressioni del carsismo in località Caregno

È interessante soffermarsi sulla conformazione del territorio della Valle Trompia, dato che da ciò derivano i caratteri più evidenti del paesaggio e dell’insediamento umano. La base litica principale è costituita da calcare e dolomia. Si tratta di rocce sedimentarie originatesi in seguito al deposito, nel corso di milioni di anni, di materiale organico (animali e alghe) sul fondo del mare. Con il corrugarsi della crosta terrestre e la nascita delle montagne, i fondali marini originari furono innalzati fino a uscire dalle acque e successivamente vennero incisi dall’azione dei fiumi e degli agenti atmosferici in genere. La barriera rocciosa che va dal monte Pergua al monte Castello della Penna, per esempio, fu “tagliata” dall’azione del Mella il quale, trovandosi però ad agire su un materiale molto duro, riuscì a ricavare solo un passaggio piuttosto stretto, per quanto profondo.
Non è dunque un caso che, ancor di più, il tratto di fondovalle fra Tavernole e Brozzo sia a momenti rappresentabile come un budello dove passa di fatto solo il fiume, mentre lo spazio per la strada è stato ricavato con un enorme scavo della roccia madre da parte dell’uomo.

MARCHENO - La calata della legna col filo palorcio a fune frenante a Brozzo di Marcheno

Laddove il versante montuoso non è servito da strade silvo pastorali, l'esbosco della legna tagliata avviene attraverso la calata della medesima col mezzo del filo palorcio.

Tecnicamente questa operazione consiste nel collocare longitudinalmente al pendio una fune metallica adeguatamente lubrificata, lungo la quale far scorrere dei ganci ai quali è appesa la legna. La calata della legna può quindi avvenire a caduta, per legna di minor dimensione e peso, o con fune frenante, in presenza di legna di maggiori dimensioni.
In questo caso, la fune metallica è mantenuta in tensione con speciali palificazioni fissate al suolo e un motore posto in quota permette di controllare la velocità di calata; inoltre, i tronchi vengono fissati alle due estremità parallele alla fune.

Una postazione di filo palorcio con queste caratteristiche si trova lungo il torrente Biogno, nei pressi della frazione di Brozzo del Comune di Marcheno.

 

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MARCHENO - La Valle di Vandeno

Incassata tra la Punta Ortosei e la Corna di Sant'Emiliano, nel comune di Marcheno, si trova la Valle di Vandeno (Vandé, in dialetto), interessata alcuni anni fa da unparticolare progetto  di valorizzazione e di semplice allestimento didattico-culturale da parte della locale scuola secondaria di primo grado.
La valle è attraversata da un torrente permanente di modesta portata e per questo è molto frequentata soprattutto nei mesi estivi da chi ricerca un po' di frescura.
Un facile sentiero segue la direzione est - ovest mantenendosi, nella parte bassa, appena sopra il torrente, per poi innalzarsi fino a raggiungere la prativa località Grassi, che congiunge i confini comunali di Marcheno, Sarezzo e Lumezzane. Un tempo, per i contadini e mandriani, questa zona costituiva un importante punto di valico, tanto che già in epoca medievale esisteva nei pressi la chiesa di Sant'Emiliano, con un punto di riparo e ospitalità che già nel 1807 serviva "a commodo de' lavoranti ne' boschi e custodi di malghe".
Il suolo è di tipo dolomitico e dalle guglie circostanti degradano abbondanti pietre e ghiaia. La vegetazione ha un carattere tendenzialmente arbustivo (carpino bianco e nero, nocciolo e altri arbusti che si adattano ad un suolo povero). Ciononostante, in passato la popolazione vi svolgeva varie attività legate al taglio del bosco e alla carbonizzazione, oggi testimoniate dalla decina di pannelli illustrativi collocati lungo il percorso.
Nella Valle di Vandeno esiste un solo edificio, ormai diroccato: si tratta di una tipica cascina fornita di stalla e fienile, testimone dell'attività pastorale locale. Durante la Resistenza, tale cascina fu punto di riparo per i partigiani della 122 Brigata Garibaldi.
 
 
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MARMENTINO - Alberature di ripa

Strettamente connessa alla presenza di corsi d’acqua è l'organizzazione delle rive di ruscelli e torrenti: in certi punti, esse risultano protette dall'azione erosiva dell'acqua da filari di alberi, che trattengono il suolo col proprio apparato radicale. Lo scopo primario è evidentemente la conservazione dei prati, preziosissimi per la produzione di fieno in un contesto economico rurale.

Questo elemento arboreo riveste un'importanza decisiva nel paesaggio in quanto determina la percezione spaziale dei corsi d'acqua e consente di ricostruire e comprendere l'azione umana nei confronti degli elementi naturali.
La morfologia dell'alberatura di ripa vede uno sgamollo periodico alla testa del tronco, finalizzato alla rinnovazione dei rami e al loro utilizzo legnoso. Il salice è solitamente l’essenza utilizzata, i cui rami venivano un tempo impiegati per la costruzioni di cesti e gerli contadini.
Nella Valle delle Melle, nel territorio di Marmentino, si incontrano diversi alberi di questo tipo: in questa zona, infatti, confluiscono diversi e abbondanti torrenti e quindi è maggiormente necessario controllare il mantenimento delle ripe.

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MARMENTINO - Il bosco e la leggenda della Strega di Marmentino rivisitata in un romanzo a fumetti di Gigi Simeoni

Il bosco è spesso l'ambientazione prediletta per numerose fiabe e leggende popolari.

Così anche a Marmentino esiste una leggenda legata ad una strega che viveva in una grotta del monte denominato Cahtel dela Pena*.
Di tale personaggio si narra che disturbasse gli abitanti del paese con furti di vario tipo, nonché atti spaventosi, aiutata dai suoi piccoli. Per liberarsene, la gente del paese avrebbe organizzato una processione guidata dal prete; nello scorgere il corteo e la croce, per fuggire la strega avrebbe fatto un balzo fino al Monte Baldo, oltre il Lago di Garda.
Liberamente ispirato a questa strega, ma con una vicenda del tutto moderna e dal carattere fortemente psicologico estraneo alla leggenda, il disegnatore bresciano Gigi Simeoni ha realizzato nel 2011 un romanzo a fumetti (nel quale sono ritratte alcune reali persone del paese) pubblicato da Bonelli e presentato con speciale evento culturale-teatrale a Marmentino nell'autunno dello stesso anno.
 
*La denominazione dialettale si ritiene vada opportunamente tradotta in Castello della Penna, come peraltro attestano taluni documenti. Penna è da intendere nel di vetta rocciosa e, per estensione, sommità puntuta.
 
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MARMENTINO - Siepi stradali

Le siepi stradali sono piantagioni lineari di piante prevalentemente arbustive situate lungo scarpate stradali, talvolta coincidenti con delimitazioni di terrazzamenti, confini di proprietà o di coltivazioni.

In parte di origine naturale (residui di boschi preesistenti) e in parte di impianto antropico, esse sono finalizzate alla specifica funzione di mantenimento della ripa stradale, cui è associato l'utilizzo periodico del materiale legnoso attraverso una potatura "a rastrelliera" che ne favorisce la linearità della composizione vegetale; per questo motivo le ceppaie risultano spesso secolari nonostante le limitate estensioni in altezza.
Essenze utilizzate sono solitamente il carpino bianco, il frassino maggiore e il nocciolo.
Le siepi stradali sono un elemento di una certa importanza paesaggistica, nonostante negli ultimi tempi siano a rischio di sostituzione con altri materiali industriali (recinzioni metalliche, guard-rail).
Lungo le strade silvo-pastorali di Marmentino se ne trovano numerosi esempi; presso la cascina Bassina, nella Valle delle Melle, si trova tuttavia l'esempio di siepe più tipico, composta di ceppaie di carpino bianco e frassino maggiore, peraltro – stante la sua conformazione - di una certa vetustà.

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NAVE - Gelsi monumentali: memorie dell'antico paesaggio della piantata padana

La coltivazione del gelso finalizzata alla bachicoltura si è diffusa in Italia a partire dal ‘500.

L'ampia necessità di questo tipo di albero per l'alimentazione del baco da seta ne stimolò l’impiego in molteplici situazioni: all'interno dei filari delle vigne, lungo i fossi e i canali di irrigazione, lungo i confini interpoderali. La sua importanza era tale che ogni esemplare veniva censito sia nei documenti catastali sia nei contratti di compravendita dei terreni.
Si considera infatti che nel 1857 esistessero nel Bresciano circa 6 milioni di piante e ben 7 milioni nel 1881.
Nonostante oggi la bachicoltura sia totalmente abbandonata, a Nave esistono ancora numerosi esemplari di gelso: nelle aree non ancora edificate, essi campeggiano in brevi file isolate e, anche nelle zone interessate da nuova edilizia, alcuni esemplari di grandi dimensioni sono stati fortunatamente preservati. Ma è soprattutto nel parco della ex Villa Zanardelli che se ne trova la maggiore concentrazione, che comprende sia di alberi dal frutto nero, sia di alberi dal frutto bianco.

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NAVE - Il gelso e la vigna: memorie dell'antico paesaggio della piantata padana

La storia economica della Valle del Garza, di Nave in particolare, ha avuto una connotazione agricola fino agli anni '50 del ‘900. Tra le coltivazioni prevalenti c'era quella della vite, ora distribuita sui terrazzamenti sostenuti da muri a secco e risalenti il versante collinare o accompagnata ad alberi da frutto o al gelso nelle aree pianeggianti.

Queste ultime, nella seconda metà del ‘900, sono state interessate da un processo di urbanizzazione che ha provocato il pressoché completo stravolgimento del paesaggio originario: alla trasformazione in senso industriale dell'economia è conseguito l'abbandono dei campi e delle vigne e anche molti degli antichi terrazzi sono caduti in disuso e interessati dall'invasione del bosco.

Tuttavia, in alcune aree rimaste preservate, sono visibili ancora oggi brevi filari di vite intercalata da piante di gelso. A Nave, unico comune in Valle Trompia che conserva esemplari di questa coltivazione, le vigne maritate al gelso sono osservabili soprattutto nella frazione di Cortine e nella piana sottostante il Monte Maddalena.

In località Ronchi, in splendida posizione soleggiata, al di sopra del paese - è possibile osservare sia la permanenza di una certa attività viticola adattatasi alle caratteristiche del territorio (e quindi all'inclinazione del versante), sia l'abbandono dei vecchi terrazzamenti, soggetti alla progressiva invasione della vegetazione e al decadimento delle strutture murarie, con il conseguente sviluppo di nuove attività, comunque marginali, come il taglio della legna.

Sono, questi filari, veri e propri monumenti del passato, derivanti da una forma di coltivazione diffusasi nell'area padana attorno al ‘500 – epoca di avvio della diffusione del gelso per la bachicoltura - e denominata per l'appunto "piantata padana".
La collocazione degli alberi all'interno della vigna facilitava il sostegno dei tralci; nel contempo, l'annuale sgamollo dei gelsi per l'allevamento dei bachi faceva sì che gli alberi non danneggiassero, con la propria ombra, la maturazione dell'uva.

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NAVE - La Corna di Val Listrea

Il torrente Listrea scende nell'omonima valle dal monte retrostante l'abitato di Monteclana, antica contrada di Nave.

NAVE - La strada medievale per il Santuario di Conche

Nonostante le trasformazioni introdotte nel corso degli ultimi decenni nel modo di spostarsi in montagna e le conseguenti trasformazioni del fondo stradale, alcuni brani di antichi selciati sono rimasti visibili in varie località della Valle Trompia: l'antica strada per Invico di Lodrino, l'antica strada per Santa Maria del Giogo di Gardone Val Trompia, l'antica strada in valle di Graticelle a Bovegno o, nello stesso comune, la strada per Ludizzo).
La strada che da Nave porta al Santuario di Conche si distingue tuttavia per lo stato di conservazione e per le dimensioni delle pietre costituenti il selciato, grandi pietre bianche di calcare, di superficie piana e composte a mosaico ben omogeneo. A differenza di altre località, data la relativa pendenza, non sono presenti gradini o scoli per le acque superficiali.
La strada attraversa vari marroneti dotati di alberi maestosi e raggiunge, quasi a metà percorso, l'antica chiesa di S. Sant’Antonio.
Dalla strada principale se ne diramano altre con caratteristiche simili, anche se di carreggiata di dimensioni minori e non così ben conservate.

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NAVE, CAINO e LUMEZZANE - Scene di vita rurale in antichi ex voto conservati nel santuario di Conche

A cavallo dei confini di Nave, Caino e Lumezzane si trova l'antico Santuario della Madonna della Misericordia di Conche, che la leggenda vuole fondato da S. Costanzo attorno all’anno 1000.
Nel corso dei secoli, la Madonna qui venerata è stata oggetto di particolare devozione che si è protratta fino ad oggi, tanto da essere eletta, nella prima metà del ‘900, patrona dei molete, cioè degli operai addetti all'affilatura delle lame prodotte nelle officine di Lumezzane.
Questa devozione è testimoniata da vari dipinti con funzione di ex voto presenti nel santuario, nei quali, come da tradizione, si tratteggia la circostanza per cui era stata richiesta la protezione divina. Tra queste, la processione che ricorda la richiesta di tempo sereno prima e di pioggia poi, nel 1849 un cacciatore si rivolge alla Madonna, ma non è comprensibile il motivo (forse sec. XVIII).Infine, una scena rustica con vacche e oranti a fianco di un carro in riparazione (forse sec. XIX).

 

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PEZZAZE - La calata della legna col filo palorcio a caduta in Val Cavallina

Laddove il versante montuoso non è servito da strade silvo pastorali, l'esbosco della legna tagliata avviene attraverso la calata della medesima col mezzo del filo palorcio.
Tecnicamente esso consiste nella collocazione longitudinale al pendio di una fune metallica adeguatamente lubrificata lungo la quale scorre liberamente un gancio al quale è appesa la fascina di legna,Mixed element/text selection che scende quindi per la semplice gravità.
I punti fondamentali di azione sono due: il primo, a quota elevata e posto nei pressi del luogo in cui viene tagliata la legna da calare a valle; il secondo nel luogo – prossimo a vie di accesso per mezzi a motore - dove viene raccolta e accatastata la legna in attesa del definitivo trasporto nei magazzini.
Gli addetti operano nei due punti, rispettivamente per l'assemblaggio delle fascine e il loro aggancio alla fune, e per la raccolta e accatastamento della legna calata.
Al fine di attutire l'impatto della legna con la battuta fissa al suolo vengono solitamente posti copertoni.
L'impatto è evidentemente violento e spesso avviene che la fascina si sciolga proiettando pezzi di legna nell'area circostante; è quindi necessario per i lavoranticautelarsi durante la calata traendosi in disparte.
Il processo di calata con filo palorcio comporta diversi provvedimenti di manutenzione e sicurezza del sistema nel suo insieme: in primo luogo il taglio di rami e lo sgombero di ostacoli lungo il percorso della fune, così che la legna calata non incappi in colpi che potrebbero sciogliere la fascina disperdendo la legna lungo il tragitto; in secondo luogo avvertire eventuali passanti del pericolo di caduta. Lungo i sentieri che attraversano il percorso della fune, in suo prossimità, vengono solitamente appesi in bella vista panni o altri mezzi di avviso dei lavori in corso.
Le postazioni di filo palorcio sono solitamente permanenti anche se periodiche in funzione del ciclo di taglio del bosco, tuttavia possono essere presenti impianti utilizzati stabilmente. In località Val Cavallina, nei pressi della
Cascina Cavallina, esiste appunto una di tali postazioni, dove per quasi tutto l'arco dell'anno è possibile assistere alla calata della legna dal soprastante M. Pelato (toponimo riconducibile probabilmente ad un'epoca in cui il taglio del bosco aveva ben altra intensità rispetto ad oggi).
La Val Cavallina è interessata dall'allestimento in loco del "Sentiero dei Carbonai"  e ciò contribuisce a coniugare notizia storica e pratica contemporanea.
 
Scheda redatta da Mauro Abati – Gruppo di storia locale di Polaveno, ass. Versanti.   
 
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PEZZAZE - La produzione di carbone in Val Cavallina

In certe aree della Valtrompia, l'attività di produzione di carbone si è mantenuta fino agli anni '60 del Novecento, finalizzata al rifornimento di combustibile per i locali industria e artigianato dei metalli. In seguito (ed in particolare con l'abbandono dei magli tradizionali), tale materia prima è stata del tutto sostituita con altri combustibili o forme di produzione di energia e la carbonizzazione è stata completamente abbandonata.

POLAVENO - La realizzazione di legacci con vimini

La limitatezza di materiali di produzione industriale da un lato e la grande disponibilità di materiali naturali accompagnata dalla secolare sapienza nel loro utilizzo, si esprimeva in una varia tipologia di legacci (in salice e in nocciolo) realizzati con rami prescelti in base alle loro caratteristiche di elasticità e resistenza.

POLAVENO - “La lunga storia dei boschi di Polaveno”

"I Quaderni del'öfilì" n. 11, 2010, Istituto Comprensivo e Gruppo di storia locale di Polaveno.
 
L'articolo è pubblicato in un numero monografico della rivista "I Quaderni del'öfilì" dedicato a S. Maria del Giogo e riportante gli esiti di un lavoro di educazione al territorio condotto dal Gruppo di storia locale di Polaveno con gli allievi delle classi seconde e terze della Scuola secondaria di primo grado di Polaveno, negli anni scolastici 2008-2009 e 2009-2010.
A partire dalle notizie storiche relative allo sfruttamento forestale nell'area di Polaveno (i monti di Gombio sono citati nei trecenteschi Statuti di Brescia per il rifornimento di legna alla città) si considera la trasformazione delle funzioni del bosco nel corso del Novecento, da risorsa di combustibile a potenziale bioecologico per il rinnovamento dell'ossigeno attraverso i processi fotosintetici a luogo di svago per il tempo libero.
Tutte queste funzioni sono ben rappresentate lungo l'itinerario che collega Polaveno alla località di S. Maria del Giogo, molto frequentata da taglialegna e da gitanti diretti verso il noto santuario.

POLAVENO - Gli usi civici legati al bosco

Dal volume "I persichi e la gavetta. Primo Novecento e Grande Guerra a Polaveno e Brione: documenti d'archivio, testimonianze e lettere dei soldati." Mauro Abati, Ameria Peli, 1998

POLAVENO - I boschi della Costa

La Costa di Polaveno è il versante alle spalle dell'abitato di Polaveno a partire dalle pendici orientali della Punta dell'Orto fino a quelle del M. Castellino. Si tratta di un'area a media acclività, rivolta a sud e quindi ricca di boschi eliofili di rovere, cerro, roverella, corniolo, maggiociondolo, carpino nero, castagno.

POLAVENO - La Pozza di Magazzo

Una pozza per l'abbeverata posta in un secolare castagneto.
 
La Pozza di Magazzo, detta anche Pozzone per le sue grandi dimensioni, si trova sul versante che dalla frazione polavense di Gombio sale a S. Maria del Giogo. A metà costa, infatti, si apre un pianoro dotato di numerose cascine; il pendio è terrazzato con muretti a secco ormai in degrado, testimonianza di antiche coltivazioni. Sono inoltre presenti ampi castagneti, tra i quali quello che ospita la Pozza stessa, dotato di alcune piante di notevoli dimensioni.

POLAVENO e BRIONE - “I boschi di Polaveno e Brione: un’origine comune ma due diversi destini”

Gian Pietro Temponi, Responsabile del Servizio Agro Silvo Pastorale della Comunità Montana di Valle Trompia in "I Quaderni del'öfilì", Gruppo di storia locale di Polaveno, n. 6, 2002.
 
L'articolo documenta l'evoluzione dei boschi di Polaveno e Brione a partire da due elementi fondamentali: la diversa estensione delle proprietà forestali pubbliche (44% a Polaveno e 7% a Brione) e la conseguente diversa programmazione forestale attraverso i Piani di assestamento.

SAREZZO - Deposito di legna

Alcune località erano deputate a raccogliere la legna tagliata sui versanti dei monti, in attesa che venisse poi smerciata nelle zone di consumo.

SAREZZO - Una testimonianza di cascina a corte chiusa in località Seradello

Ultima testimonianza in Valtrompia di cascina rustica a corte chiusa è rappresentata dall'edificio sito in via Seradello (loc. Barbecc) a Sarezzo e già documentato in varie pubblicazioni (la foto qui riprodotta è stata scattata da Armando Ricci negli anni '70 e proviene dalla pubblicazione "Architettura contadina in Valtrompia", Silvana editrice, 1982).

VALLE TROMPIA - Clinclinì

Clinclinì è il titolo di uno spettacolo e di una installazione realizzati dall'Associazione Treatro Terre di Confine.
Il titolo dell’azione definisce le linee generali dell’intervento in quanto il personaggio immaginario “Clinclinì” appartiene alla vasta area delle leggende alpine che si raccontavano e che entrano di diritto nel filone della tradizione. La “fata” in questione è una piccola creatura che vive in una grotta e nelle sere d’estate suona melodie incantatrici al pianoforte: soltanto i bambini più attenti, che si mettono al limite del bosco, possono sentirle.
I due concetti che sottendono l’idea alla base di questo lavoro sono per l’appunto i suoni e i personaggi legati all’habitat del bosco. Suoni e personaggi che prendono rilievo nelle due forme del reale e del fantastico. Testimoni di oggi si mescolano alla fantasia e all’immaginazione di fatti leggendari mentre rumori reali si mescolano a suoni e a musiche evocative di suggestioni silvestri.
In un grande bosco, ricreato con la magia del teatro in uno spazio chiuso, i bambini ascoltano attraverso delle cuffie rumori, voci di uomini e donne che narrano, suoni della natura circostante, elementi catartici delle proprie paure per poi incontrare sulle tracce di Pollicino i personaggi (attori) che li condurranno nel mondo della fiaba. Paesaggi boschivi, piante gigantesche e luoghi particolarmente evocativi della Valle Trompia vengono presentati in una video-proiezione, che consentirà di portare il bambino dal bosco inventato al bosco reale e.... a nuovi incontri.
I due filoni della fiaba classica e della fiaba di tradizione si concretizzano negli angoli dello “Spazio praticabile”, sede dell’Associazione. Il primo coincide con la narrazione della fiaba dei fratelli Grimm “Il viaggio di Pollicino”, in cui il figlio di un boscaiolo riscatta la propria diversità superando con arguzia e furbizia una serie di prove che -attraverso un bosco metafora della vita- affronterà di volta in volta con successo per raggiungere poi il focolare domestico, lieto fine della sua maturazione. L’altro filone è caratterizzato dal mix, prettamente bresciano, di filastrocche, ninnananne, storielle di fate e donne dalle gambe caprine che vagano tra i nostri boschi. Tra queste narrazioni si colloca dunque la “Clinclinì”, testimonianza inedita raccontata qui per la prima volta.
I personaggi guida, elementi portanti delle storie, che appaiono nelle azioni teatrali e nelle immagini della video-proiezione sono: ‘l Shelvadeg (l’Uomo Selvatico), una sorta di essere primordiale che vive ai margini della società tra grotte e vegetazione incolta e che, nonostante si faccia vedere raramente, è buono e generoso; la donna con i piedi caprini, sempre bellissima e appariscente, che dopo aver ammaliato lascia immancabilmente una scia di terrore, mistero e distruzione; la fata, buona, solare, disponibile ad aiutare e piccola come un elfo, la quale vola e vive nel bosco; la vecchietta, depositaria di tutta la tradizione orale, che vive da sempre e non invecchia mai ed è l’archetipo dell’inizio di tanti racconti.
 
 

VALLE TROMPIA - Le strope, ovvero i legacci per le fascine

I legacci per le fascine  di legna minuta, rami e piccoli pali (tondèi) erano realizzati con i giovani e flessibili rami di castagno, che venivano ritorti al fine di vincere la resistenza delle fibre e ricavare ad una estremità l'occhiello dove infilare la seconda estremità.

VALLE TROMPIA - Ravenole, terra di Raveno

Un racconto fantasy di Vittorio Piotti sulle prime tribù della Valtrompia
Lo scultore originario di Lavone di Pezzaze Vittorio Piotti (1935 – 2000) fu molto affascinato dalle figure delle antiche divinità valtrumpline, che volle talvolta rivisitare nelle sue opere in ferro, a fianco dei numerosi animali e fiori di montagna.

VALLLE TROMPIA - I saperi della montagna

Nell'ambito di Expo 2015 la Comunità Montana di Valle Trompia prosegue la partecipazione all'evento con altri due appuntamenti promossi dall'Associazione Ecomuseo Valle Trompia. Montagna e Industria.
Per l'occasione l'Associazione Culturale Treatro terrediconfine ha proposto una teatralizzazione lungo il percorso espositivo della mostra dedicata a “I saperi della montagna. La collezione di Costanzo Caim”. Basandosi sulle ricerche condotte da Michela Capra, curatrice della mostra, e su testimonianze più recenti che raccontano di borghi e comunità di montagna trasformatesi radicalmente negli ultimi decenni, alcuni attori in costume hanno accolto il pubblico mettendo in scena una narrazione collettiva spostandosi da un luogo all’altro dello spazio espositivo.
Dal 26 luglio 2015 inoltre è stato possibile visitare l'istallazione "Clinclinì. Suggestioni dal bosco."
 

LE STAGIONI DEI PRATI, con Matteo Bertuetti - 2 agosto 2015 alle 21
Racconto della vita contadina tra boschi, prati e filari di viti. Storie di uomini e donne che dedicarono le loro giornate al raccolto, alla fienagione, alla cura della terra.
VOCI DI MALGA, con Pietro Mazzoldi
Voci di un malghese che ancora prima che il sole sorga è pronto a mungere con cura le sue mucche che gli daranno latte da trasformare in burro e formaggio.
CURATORE DI ERBE, con Michele D'Aquila
Un erborista ripercorre la tradizione della cura dei malanni con le piante trovate nei prati della zona e sulle montagne.
 

CLINCLINì. SUGGESTIONI DAL BOSCO. Narrazioni in audio - dal 26 luglio al 31 ottobre 2015
In un bosco ricreato con la magia del teatro, si ascoltano attraverso le cuffie voci di uomini e donne, che narrano storie, proverbi, filastrocche mentre scorre il video con le fantastiche suggestioni di un luogo incantato.
Video/istallazione: Andrea Gentili e Michele Sabattoli
Voci registrate: FAbrizio Foccoli, Stefania Ghisla, Fabrizia Guerini
In video: Stefania Ghisla, Fabrizia Guerini, Emma Pintossi, Massimo Pintossi

Un territorio, un patrimonio:

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